sabato, ottobre 07, 2006

sotto il banchetto la capra campa

Solo se si nutre di rifiuti, ma forse è più probabile che si tagli. Gia, perché il buon Gianluca, dall'animo ecologista ed antinfortunistico,ha pensato bene di mettere il banchetto sopra l'unico punto sporco ( rifiuti e vetri rotti ) di tutta la piazza. Sto parlando della pre-festa del 23 aprile di piazza repubblica a Varese, c'eravamo anche noi.

Il banchetto in questione era in realtà un banale tavolo da giardino, incapace di rimanere fermo in un sol posto. Le persone degli altri *stands * ci avranno scambiati per spiritisti: il tavolo lievitava da un angolo all'altro della piazza sotto le nostre mani ( il soprannaturale latente! ).

Il banchetto grondava magliette da tutti i lati, alcune le abbiamo indossate con impavida fierezza e, per attirare l'attenzione, abbiamo scoppiato un pò di palloncini.

C'era anche la sedia, che però non serviva per la sua funzione naturale, ma fungeva da basamento per i palloncini più tenaci.

Del banchetto abbiamo sfruttato ogni cm2, tanto che non si vedeva nemmeno il suo bel colore rosso, rosso natalizio, direi ( sempre meglio di verde sfrangiato).

L'acuta vista di Gianluca individuava prede a grande distanza, poi, con un ampio gesto dell'avambraccio, le tirava a sé come Uri Geller faceva con i cucchiaini ( le energie! ).

I malcapitati, sbigottiti o ipnotizzati, si guardavano intorno pensando: " possibile che stia chiamando proprio me?".

Possibile! Certo, perché loro non si ricordavano, ma Gianluca conosce 88380 varesini su 88390.

Il primo quarto d'ora serviva per rammentare dove e quando si erano conosciuti, poi, roteando i polsi ( è una tecnica ipnotica ) e snocciolando chili di parole, l'ottimo Gianluca aveva la meglio sulle deboli menti degli sventurati.

Per raccogliere nuove iscrizioni all'uaar, c'e chi usa una tecnica diversa, mutuata dal mondo dei credenti: andate e moltiplicatevi, i due Roberti si sono portati avanti prima, e adesso i nuovi ci sono.

Per fortuna c'era viktor, altrimenti le quote rosa superavano le quote azzurre; merito del nuovo governo...

Sul tardi Luciano e Gianluca si sono abbandonati alle danze, mentre un giovanotto schitarrava " ...comandante, Che Guevara...", loro ballavano una specie di Sirtaki.

Una cosa l'abbiamo capita, però, serve un tavolo più grande, la prossima volta.

la maledizione della prima rupe

So che la cosa puzza d’irrazionale, però, per dovere di cronaca, la racconto ugualmente.

Un giorno, curiosando negli archivi uaar, trovo una sottocartella dal nome “Residui di superstizione”. Strano, vero?

Intrigante, l’apro, dentro c’è un documento dal titolo enigmatico: “La leggenda dell’ateo errante”.

Chissà cos’è? Per prudenza lo salvo su un floppy, ma appena salvato il sistema operativo si blocca.

Un virus? Boh.

Reset, spengo, riaccendo, scandisk, e mi connetto di nuovo all’archivio uaar: la cartella non c’è più! È scomparsa misteriosamente.

Che storia è questa?

Sento in lontananza il suono di tamburi, sembrano i tamburi della foresta, mi guardo intorno ma non capisco da dove proviene il suono.

Mah! Sarà la mia immaginazione…

Cheffaccio? Mi rilasso.

Apro il Solitario, clicco sulle carte e le sposto, sbadiglio annoiato, mi stiracchio pigramente come un gatto e, involontariamente, avvicino la mano al dischetto.

Di colpo il suono di tamburi ritorna ed aumenta sempre più, il disco vibra, cerco di impugnarlo ma questo mi sfugge di mano, rotea a mezz’aria per un istante e poi s’infila nella fessura, da solo!!

Si apre una finestra a tutto schermo, appare il misterioso documento.

Prodigioso!

“Questa è la storia di Pippo il Miscredente.

Un giorno Pippo, in compagnia di alcuni suoi amici di merende, pensò di fare una piacevole passeggiata per i sentieri di montagna. L’allegra comitiva partì da fondovalle inerpicandosi nel fitto della pineta e, dopo un lungo percorso, giunsero ad una remota chiesetta, anch’essa nascosta nel fitto della vegetazione.

Gli amici di Pippo, per un eccesso di goliardia, chiusero il poveretto nella chiesetta e se ne tornarono a valle.

-Non lasciatemi qua!- Gridò Pippo all’imbrunire.

-Maledetti! Che possiate sbagliare sentiero!-

-Maledetti! Che vi capiti la via più impervia!-

Il povero Pippo riuscì a liberarsi solo il mattino seguente, ma il crudele scherzo lo segnò profondamente: perse il lume della ragione e vagò per le montagne per il resto della sua vita.

Di tanto in tanto la gente delle montagne ode una sinistra risata, potente, beffarda, è la risata di Pippo, che si vendica del torto subito. Da allora tutti gli atei sono condannati a passeggiare in montagna, ogni domenica, per sempre. Ogni volta gli atei sbagliano sentiero, e vagano senza sosta per le vie più tortuose.

Questa è la maledizione della prima rupe.”

Che storia incredibile!

La macchina informatica spara fuori il disco dalla fessura, il disco si squaglia, si accartoccia e poi prende fuoco. Alla fine rimane solo un mucchietto di cenere sul pavimento.

“Stupide superstizioni!” penso, mentre le ginocchia si cozzano fra loro suonando come nacchere. Io non credo alle maledizioni, ma, ripensandoci, a Torre Pellice abbiamo sbagliato strada, ed a Monteviasco abbiamo vagato senza sosta tutto il giorno…

No, non è possibile, è solo un caso.

Però…voglio fare una prova.

Mi avvicino alla mia dolce metà e, a mezza voce, pronuncio il temibile nome.

“Montevia…”

La poverina sbianca in volto, le figlie s’irrigidiscono, interessante….allora incalzo:

“Monteviasco-Monteviasco-Monteviasco!”.

Lei si tuffa come un portiere spanciando sul pavimento, e zampettando a mò di lucertola si nasconde sotto al letto.

Le figlie invece corrono all’impazzata su e giù per il corridoio, urlano, schiumano dalla bocca, roteano la testa, gli occhi e le braccia.

Singolare reazione. Vabbè, non è detto che sia la maledizione, forse è solo perché il trauma è recente, in fondo siamo ancora in terapia.

Trascorrono alcuni giorni e, rapito dalle faccende quotidiane, non penso più al sinistro episodio: al primo sabato del mese ci troviamo tutti alla sede, si parla del più e del meno, il clima è sereno, spensierato. Ahh, sono sempre piacevoli le nostre riunioni!

D’un tratto i volti s’incupiscono, una voce rassegnata pronuncia meccanicamente la triste domanda:

“Questa domenica dobbiamo andare in Val Bedretto, chi viene?”.

Edoardo trova una giustificazione plausibile, il compleanno del figlio. Riccardo per fortuna è malato, ma suo figlio dovrà portare le colpe del padre: espierà a quota 3000 metri.

Gli altri non hanno scuse e stancamente alzano la mano. Poi si voltano verso di me e mi guardano: “ e tu?”.

Ignaro del rischio mi lascio persuadere, “quasi quasi ci verrei, ma la moglie….non so…”. Prontamente Franca subentra: “non preoccuparti, è facile e pianeggiante, chiamatemi stasera che la convinco io.”

La sera stessa, dopo aver incatenato la moglie al calorifero, telefoniamo alla Franca:

-Non sarà come Montevi-a-s….?-

-Ma no! Non ti preoccupare, si arriva con la macchina, poi c’è la funivia, poi è tutto piano come il lungomare di Rimini, c’è gente con la carrozzina, con i pattini a rotelle, c’è sempre il vento a favore, fidati!-

-Giura!-

-Giuro.-

-Rigiura!-

-Che io possa aumentare cinque chili se non dico la verità!-

Con queste parole mia moglie si convince, sa bene che le donne su certi argomenti non scherzano.

Domenica.

Al punto di ritrovo manca la moglie di Riccardo, Franca le telefona a casa e la scusa è: “Oops, mi sono dimenticata.”

Dimenticata? Chi può dimenticarsene? Pippo non si dimentica di noi, la punizione ricadrà sugli altri!

In auto arriviamo ai piedi della funivia e lì ci aspetta la prima sorpresa: la funivia non funziona, è ferma per revisione. Questo è un chiaro messaggio, significa che non ci potremo muovere in senso orizzontale, ma solo in senso verticale, sostituendoci alla funivia.

La via più impervia!

Una fragorosa risata riecheggia nell’aria, raggela il sangue nelle vene. Pippo? No, per fortuna è la risata di Emanuele. Un premuroso pannello ci illustra i possibili sentieri che dovremo percorrere.

“Beh, facciamo un giretto breve, da qui a Nante e poi scendiamo…da millecento arriviamo a milleequattro” Dice uno, sperando che sia sufficiente per mitigare le ire di Pippo.

Percorse le prime rampate il gruppo si allunga, davanti i polpacci di ghisa, dietro quelli di marmellata. Ultima in assoluto la mia dolce metà, che trova il tempo per scaricare un po’ di zavorra.

“Oddiodiodio non ce la faccio. Ommadonnamadonna mi sento male. Oggesùgesù guarda come siamo in alto!” ansimava la coniuge, ed io pensavo “Non saremo per caso sulla via di Damasco? Ci manca solo la conversione pellegrina!”

Tra visioni allucinatorie e cali di pressione, ad un certo punto il sentiero interseca una strada asfaltata, la domanda sgorga spontanea: “Dove porta questa strada?”.

Franca, con soave candore ci risponde: “Oh, già! Non ci abbiamo pensato! Si poteva salire in auto fino a Nante.”

Ooohohohohohoho; la risata di Emanuele, forse.

“Forza e coraggio, il paese è vicino, un ultimo sforzo!” dicono da sopra. Sforzo? Lo faccio per raggiungere Gianluca, usando appieno le capacità dei miei polmoni. Gianluca, non so come faccia, parla e contemporaneamente cammina! Io credo che abbia un polmone indipendente, dedicato alla favella, ed altri tre o quattro destinati alla trazione.

“Senti Gianluca, noi gettiamo la spugna, arriviamo al paese e poi torniamo giù” gli dico ansimando.

“Sì, ma anche noi non andremo oltre, tutt’al più faremo un pezzetto nei dintorni di Nante.”

Arriviamo al paese, missione compiuta! Oh, è stata dura ma adesso possiamo riposarci! Possiamo sederci. Potremmo sederci, ma nessuno si siede.

Oohohohohohoho!

Ci voltiamo tutti verso Emanuele: “Sei stato tu?”. Lui casca dalle nuvole: “A fare cosa?”.

Il paesino è pieno di insidiosi cartelli gialli, e vedo che tutti leggono interessati le indicazioni.

Per di qua quattro ore, per di la cinque ore….Pesciun…

Franca punta dritto su mia moglie e con leggiadria: “Dai! Venite anche voi! È bello, è subito lì, si vede da qui, sarebbe quella collinetta a destra, due passi e siamo arrivati, così poi mangiamo tutti insieme!”.

Effettivamente sembra vicino, quasi quasi….vabbè.

Partiamo di nuovo, ma curiosamente non andiamo a destra, verso la collinetta, bensì in direzione diametralmente opposta. Faccio mente locale sul pannello degli itinerari e mi rammento: il sentiero dovrebbe essere diretto e breve, ma verso destra, non verso sinistra! Dopo qualche rampata avanzo timidamente i miei dubbi “Siete sicuri della direzione?”.

“Sì, sì.”

In effetti ostentano sicurezza. Gianluca adocchia una ghiotta boscaglia, ed invita mia figlia Giulia a seguirlo in una variante ecologico-culturale. “Noi passiamo di qui, ci troviamo sopra” dice Gianluca.

Qualche rampata oltre ed anche Luciano lascia il sentiero, lui e gli altri cercatori di funghi tagliano per i boschi, perché quello è il posto “buono”.

La salita prosegue fra lunghe rampate e brevi falsipiani, di tanto in tanto intravedo il pennacchio di Luciano nel folto dei boschi perché di colore poco mimetico.

Dopo una pineta si apre un varco anche verso destra, allora chiamo Franca ed indico quella via, ma lei, convinta: “No, no, il sentiero è questo! Poco più avanti il sentiero cambierà direzione”.

La sua convinzione vacilla un pochino quando, poco dopo, incontriamo uno di quei temibili cartelli gialli, recante un nome sconosciuto seguito da un tempo esagerato.

Finalmente carterpillar Franca si ferma per telefonare a “quelli davanti”: “Siamo di fronte ad uno strano cartello con nomi strani, è questa la strada giusta?”.

Suppongo che Astrid le abbia risposto sì, però, a giudicare dal tempo che ha impiegato per rispondere, immagino che le abbia descritto tutto il tragitto mancante.

Un po’ di cioccolato e si riparte, rigorosamente verso sinistra. Strada facendo sbucano dal nulla i cercatori di funghi, uno dopo l’altro, come folletti, e si spiegano a vicenda quanto hanno vagato a causa di una parete rocciosa.

“Ecco ecco! I fili della funivia! Basta seguirli.” esulta Franca. Non per fare il solito bastian contrario, ma i fili sono troppo sottili, ed i pali troppo bassi, sembrerebbe quasi una seggiovia.

Seguo di buon grado l’idea di Franca, perché seguendo i pali, almeno, si devia gradualmente verso destra.

Le piante si diradano, incrociamo una stradina che va, finalmente nella direzione giusta. Al centro di una conca una stalla, lì raggiungiamo il gruppo.

“Non sarebbe ora di pranzare?” domando.

“Ma no! Si pranza al Pesciun, è subito dietro questo dosso!”

Loro, che erano seduti, si alzano e si incamminano, noi proseguiamo, d’altra parte se si tratta di scavalcare un piccolo dosso! Da quella prospettiva il dosso pare piccolo, ma la montagna inganna: dietro a quello ce n’è un altro e poi un altro ancora più grosso.

Oohohohohohoho!

Emanuele è insieme a noi, e nessuno lo ha visto ridere.

Ai bordi della strada ci sono lamponi e mirtilli, e Luciano ne va ghiotto. Saltella fra i cespugli, si immerge, scompare dalla vista e poi guizza fuori con la testa, come una marmotta, ma con le labbra viola.

Luciano si ingurgita chili di mirtilli, ma anche lamponi, rododendri, stelle alpine e tutto ciò che una capra non disdegna, poi, ostentando un pudore alimentare afferma: “No,…io non mangio i panini, oramai è tardi per pranzare.”

Franca invece macina terreno al motto di “quando il gioco si fa duro i duri se la ridono”. Non so se dipende dall’aria rarefatta, ma Franca mostra un’espressione beata, quasi ilare, sembra una testimone di geova dopo la funzione domenicale.

La povera signora Anna è oramai alla frutta, fa tre passi e nove ansimi, misti a rantoli. Franca la incoraggia, a modo suo: “Dai Anna, fai come me, basta andare a zigzag, così sembra meno ripida la salita!”.

La signora Anna va già a zigzag, di suo, perfino con lo sguardo.

Finalmente arriviamo sotto l’ultimo dosso, all’arrivo della seggiovia, dove ci aspettano e ci incoraggiano Emanuele ed Antonio: “Forza, ancora pochi metri e poi vedrete il Pesciun, noi da qui lo vediamo, coraggio!”.

Coraggio? Ma perché il loro sguardo è intimorito? C’è qualche spiacevole sorpresa?

Sì.

Ad Emanuele e ad Antonio è mancato il coraggio di dire cosa si vede dal culmine: Il Pesciun, certo, ma quattrocento metri più in basso e più di un chilometro di strada.

Il culmine si trova a quota 1950 metri. Questo significa che, per essere li, abbiamo sbagliato alla grande, sia la direzione che la quota.

Oohohohohohoho! Senza ombra di dubbio.

Senza indugiare si riparte, adesso è discesa e l’idea di poter mangiare accelera l’andatura.

Arrivati al Pesciun ci ritroviamo tutti, o quasi: mancano sempre Gianluca e Giulia, chissà che fine hanno fatto?

Trangugiamo velocemente due panini davanti al ristorante, chiuso,poi, giusto il tempo di scrollarci di dosso le briciole e via di nuovo, verso il vento. Il vento viene da ovest e, nonostante ci siano i cartelli gialli che spiegano, chiaramente, la direzione per il fondovalle, il gruppo si avvia bellamente dalla parte sbagliata.

Oohohohohohoho! Pippo se la ride.

Ride? Allora richiamo con un grido i più rapidi: “Ehivoi, il sentiero è da questa parte, non di là!”.

Questa volta tengono in considerazione la mia opinione.

Oohohohohohoho lo dico io!

Il sentiero è stretto e ripido, ma più avanti si apre in un pascolo, con tanto di mucche. Forse le mucche sono troppe, forse il pascolo è piccolo, sta di fatto che il prato sembra bombardato di merende. In un raptus di romanticismo la mia consorte esclama: “Uuuuuh! Quanta! Non ne ho mai vista così tanta in vita mia!”.

In effetti non è poca, si avanza a passi acrobatici, come quando si attraversa un torrente saltando da un sasso all’altro.

Il povero Antonio non ne esce indenne, intento a schivare le mine non si accorge che le mucche stanno ancora bombardando: colpito alle spalle da un’ogiva, guarirà con una doccia.

Il sentiero si immerge di nuovo nel bosco, poi, in lontananza, vedo un’auto scura sulla strada, si ferma, scendono una bambina ed un adulto, si sbracciano, risalgono e se ne vanno.

Ha l’aria di un rapimento, Astrid ed Antonio però mi rassicurano, loro conoscono il linguaggio dei gesti, la traduzione: “Siamo vivi e stiamo bene, ci troviamo giù a fondovalle, al posteggio della funivia”.

Gli ultimi 35 minuti (secondo un cartello) sono il massacro degli arti inferiori. Provo l’andatura del maratoneta, e mi sbiello le anche, quella dello sciatore, e si infiamma il menisco, quella del salto triplo, e mi insacco le vertebre.

Astrid mi svela un segreto: “tieni molli le ginocchia, lasciale andare”. Ci provo: le ginocchia le lascio andare, vanno, come vanno, vado anch’io, per poco non vanno anche i denti davanti!

Finalmente arriviamo al sospirato posteggio, dove troviamo Gianluca e Giulia che ci aspettano. “La risata ci ha depistato” si scusa Gianluca.

Dobbiamo recuperare i liquidi, andiamo al bar. “Birra per tutti, Oste della malora!” è finito il calvario, si ride e si scherza!

Oohohohohohoho!

Gli avventori del bar si guardano intorno spaventati. Pippo?

Oohohohohohoho!

Guardano verso di noi, increduli.

Oohohohohohoho!

Tranquilli, è Emanuele, di buon umore!

la pizza di Giza

Finalmente abbiamo fatto un banchetto come si deve, di quelli che intende Roberto!

Nella camera funeraria c'era poco posto, così il Gran Visir ci ha accomodato sotto le piramidi.

Luciano e Franca ritornavano da una passeggiata a Trieste, ma io penso invece che abbiano giocato con i petardi, altrimenti non si spiega la loro strana acconciatura, più verticale che diagonale.

Mentre i maschietti si dilettavano in dissertazioni filosofiche a tutto campo (orari dei treni, dvd, passeggini...), ostentando atteggiamenti intellettualoidi, le quote rosa si burlavano bellamente dei rispettivi mariti: si erano radunate tutte in un angolo, ed ogni volta che mi voltavo verso di loro si tenevano la pancia e mi indicavano con il dito. In fondo le poiane avevano ragione, siamo intellettuali davvero poco credibili.

Ma la lunga mano del pontefice ci ha raggiunto anche lì, e la nostra conviviale cenetta non ne è uscita indenne; nella piramide vicina un'orda di creduloni ometteva una o più regole del galateo.

Numericamente superiori, urlavano come allenatori di calcio, per "festeggiare" la cresima di una baldanzosa giovinetta vestita a nozze, annoiata, viziata, intenta a giocare con la sua nuova fotocamera.

I parenti, per prepararsi ai mondiali di calcio, urlavano "bacio, bacio".

Bacio? chi bacia chi?

Luciano, giustamente, sospettava comportamenti pedofili, ma la giovinetta, incurante e per nulla intimorita, seguitava ad abbagliarsi con il flash.

Certo, perché gli incitamenti erotici non erano rivolti a lei, ma a due coppie di creduli pluriottantenni.

Brutte scene da vedere, parrucche e dentiere fuori posto, e subito dopo i perversi desideri dei creduli si placavano.

Ma dove hanno il pudore questa gente? E poi dicono di noi...

Ci consolavamo con il dolce, ed Anna aveva una felice intuizione: perché la prossima volta non festeggiamo con una torta ed una candelina, magari al compleanno del nostro circolo? Giusto!

Quando avrà un anno saprà camminare.

Un Dignitario voleva le nostre offerte, e noi le offrivamo, ma lo scriba non era convinto, secondo lui i conti erano sbagliati.

Numeri arabi o numeri romani?

Si faceva avanti il matematico impertinente, che con fare risoluto contava le offerte: erano giusti i numeri romani.

Non per niente l'Antico Egitto ha lasciato il posto all'Impero di Roma.

Di ritorno verso casa, con la mia vetturetta azzurra, non ho smarrito la retta via, e questo non per merito di un supposto essere superiore, ho solo seguito la stella polare, della costellazione dell'Orsa Minore.

Non fede ma scienza, nel nostro stile.

tessere economiche

Quando piove ci vuole un ombrello.

Questo profondo enunciato, mi porta a comprare ombrelli da 3 euro, in considerazione del fatto che ne dimentico uno ogni piè sospinto.

Se entro all'ufficio postale gli impiegati mi sorridono, e così anche in banca o in macelleria.

Loro non comprano ombrelli, perché usano i miei.

Purtroppo non posso comprare tessere uaar da 3 euro.

Riuscirò a ricordarmi di portare la tessera all'assemblea precongressuale del 3 giugno? perché senza non potrò votare!

Un saluto a tutti i soci/ elettori del circolo di Varese

giornata rovinata

Oggi è il primo sabato del mese, e come ogni volta mi sembra di respirare aria fina d'alta montagna. Aahh... che toccasana.

Il salubre raduno di miscredenti!

Di ritorno verso casa con la mia vetturetta azzurra, già mi gongolavo nei miei pensieri eretici quando, d'un tratto, il mio sorriso ebete s'incupiva.

Avvicinandomi al rione ove dimoro, scorgevo sgradevoli festoni colorati appesi alle recinzioni delle case, e disgustosi tavolini addobbati con statuine e ceri: la festa della madonna!

Imboccando la mia via, nugoli di infanti immotivatamente festosi, appendevano teli e festoni anche lì. Due curve, poi l'agghiacciante visione; Aaaagggh!! li hanno appesi anche alla mia recinzione!

Intimamente provato, ma esteriormente impassibile, ho educatamente chiesto alla mia vicina "li vuoi?", un grugnito ed un cenno di parkinson indicavano l'assenso.

Ostentando contegno levavo uno dopo l'altro gli insensati ammennicoli, e li spostavo sulla cancellata della vicina, sotto lo sguardo attonito dei curiosi. La vicina, confabulando con la sorella, mi guardava di traverso e mi indicava con mezzo braccino, quasi rispettasse una qualche forma di galateo dei movimenti che non danno nell'occhio. Stavo salendo le mie scale quando la mandria di minori scalmanati, non paghi del danno fatto, sono passati di nuovo per posare i lumini ai bordi della strada. Nello stato d'animo di Fantozzi che ingoia il peperoncino iperpiccante, sono tornato in strada, e con lo stile di un maggiordomo inglese ho spostato i lumini sul lato opposto della stessa.

In questo momento passa la processione, preghiere per altoparlante e la banda rigorosamente stonata: una così bella giornata rovinata irrimediabilmente!

primo maggio al pascolo

Oggi siamo stati da un pastore che ci ha confuso con le sue pecorelle. Simpatico, cordiale, egli ha guidato il gregge di aatei fino ai pascoli più verdi della valle d'Angrogna.

All'alpe alcuni ovili erano chiusi, ma quando il buon pastore ne ha trovato uno aperto, ci ha condotti dentro, affinché ci scaldassimo con il nostro fiato (la stufa era spenta).

Il buon pastore ci raccontava delle storie, forse per farci addormentare, ed in qualche caso c'è anche riuscito, poi, con gesti sicuri e benevoli, accarezzava gli agnellini.

Assopiti, cullati nel dolce tepore (?) dell'ovile; il pastore pensava già di avere delle nuove pecore (di lana scura), ma il recinto era rimasto aperto, e qualche vecchio montone si era già dileguato. Sull'esempio tutto il gregge stava uscendo. Il povero pastore, che forse voleva marchiarci, invocava: " No, non scappate, firmate qua prima!". Vicino al recinto un abbeveratoio sospetto intralciava la via di fuga, tanto che qualche pecora ha rischiato la marchiatura "per immersione".

Il buon pastore non si è perso d'animo, la sua lunga esperienza lo ha aiutato: nel 1915 era già un pastore! In effetti devo dire, ad onor del vero, che finché c'era lui non ci siamo persi, ma prima e dopo si. Ah, se ci siamo persi! Andando, da buone pecore, abbiamo fatto l'ovvia considerazione: seguiamo tutti Edoardo, perché lui ha il "pastore satellitare". Nei dintorni di Sodoma, forse per via degli influssi negativi della città, l'aggeggio ha smesso di funzionare.

Edoardo si è perso, ma io e Luigi c'eravamo persi ancor prima, risucchiati dal luogo di "perdizione". Ma il buon pastore è un uomo paziente, ha atteso l'arrivo di tutte le pecore, una dopo l'altra. In ogni gregge, si sa, c'è sempre una pecora nera. Probabilmente la pecora più nera sono io, poiché al ritorno sono riuscito a perdermi di nuovo, sia a Sodoma (attraversata per lungo!) che a Gomorra.

Morale, dovremmo evitare i pastori, perchè loro, per deformazione professionale, considerano propria ogni pecora che incontrano.

un manipolo di ardimentosi

Come definirci, i 4+4 di Nora Orlandi? No, i conti non tornano,
semmai i quattro moschettieri senza Nora Orlandi, però con la
partecipazione straordinaria di mia figlia Giada.
Al grido di " uno per tutti e tutti per uno!" abbiamo sguainato le
nostre tessere gialle, ed a braccio alzato le abbiamo incrociate, ma
purtroppo una era bianca.
I quattro coraggiosi e la giovine pulzella, si sono dati
appuntamento molto prima dell'alba, davanti alla stazione; chi
abbonda in coraggio, però, non è detto che abbondi in capacità
organizzative: dell'armata Brancaleone ciascuno si è presentato in
un orario diverso, ed in una stazione diversa.
Per pura casualità sono saliti tutti sullo stesso convoglio. In
carrozza il solito rituale:
" Salmo 103 dice.. Amen,
Sì o no? Boh!
Io l'ho sottoscritto, ma non mi ricordo più il perché.
Ma l'articolo com'era?
Salta! Facciamo il 104."
Passava il bigliettaio ed i quattro moschettieri sguainavano il
biglietto, ed a braccio teso inneggiavano il motto:
"Uno per tutti e tutti per uno!"
su questo punto il bigliettaio non era molto d'accordo:
"Come sarebbe a dire uno per tutti! Il biglietto è individuale!
Avete la prenotazione?"
"Bada a te, marrano. Noi siamo al servizio del Re, abbiamo il
lasciapassare con il Sigillo Reale!"
Con largo anticipo i prodi arrivavano nel cuore della Terra di
Mezzo.
"Presto, presto, dobbiamo battere sul tempo gli altri spadaccini!
Perché?
Perché una tessera non è gialla.
Allora verso Oriente fino all'arco, poi a Nord, poi di nuovo ad
Oriente per 27 leghe, e mezzo"
Con largo anticipo i nostri eroi arrivano sul campo di battaglia (e
non è una metafora!), e lì si ritrovano con altri valorosi che
provengono dai quattro angoli del Regno:
" E voi, Messere, d'onde venite?
Dalle terre del Sud, in buona sostanza, mio Signore.
E codesta graziosa Dama?
Dalle terre d'Oriente, ostrega!"
Ma la giovine pulzella non si lieta della raffinata compagnia:
"Orsù, Padre mio, mi tedio in codesta landa desolata, a ben altri
luoghi anela il cuore mio.
Ebbene sia, và, volgiti al Meriggio, ma tieni acceso il cellulare."

Il sole è alto nel cielo, è giunta l'ora, squillano le trombe.
Peperepè, peperepè.
" Si dia inizio al Torneo, in nome di Sua Maestà Giorgino il Breve,
ed alla presenza del Principe Raffaele il Lungo, che torniato da
Cavalieri e Dame pare Artù, alla Tavola Rotonda.
Per allietar l'attesa vi sarà un menestrello, dalla folta chioma
nera et ispida, e financo il Vate Giulio, abile oratore dalla parola
soave e melodiosa.
Damigelle e Cortigiani, che sanno far di conto, con garbo e
discrezione presteranno il loro servigio.
Signori e Cavalier che ve adunate per odir cose dilettose e nove, si
dia inizio senza indugio alla tenzone"
Perepeperepepè.

Si passino in rassegna le armi!
"Da quale Contado provenite, Messere?
Dall'Insubria.
La Vostra spada non ci aggrada!
L'ho affilata con la nuova luna.
Non porta il marchio dell'armiere.
Infami! Parlerò al Principe in persona!"
Il Principe Raffaele, magnanimo nel cuore ma ligio alla regola d'
arme, così si pronunzia:
"Mio buon Signore, risieda quieto in un cantone, e non dia intralcio
alla tenzone."
Più di cento spade marchiate, più di cento valorosi, e ciascun valea
per dieci in ardimento.

Dall'inizio del Congresso abbiamo votato di tutto: il tipo di
maggioranza, il comitato, a favore, contro, astenuto,
afavorecontroastenuto.
Potrà sembrare strano ma l'esprimere un opinione richiede uno sforzo
erculeo, sia mentale che fisico: ogni emendamento veniva letto,
commentato da un sostenitore a favore e da uno contrario, poi votato
a favore, votato contro e votato per gli astenuti, infine il
conteggio dei voti ed il verdetto.
La maggior parte dei convenuti aveva lo sguardo smarrito dopo tre
emendamenti, in totale erano 51.
Messere Roberto si era scelto un cantone vicino a noi, ed aveva
segnato il territorio, i suoi appunti e vari altri oggetti, mentre
io, attrezzato di WC, non ho segnato un bel niente: allora è vero,
chi non ha il pane ha i denti!

Emendamento numero 116, di Maurizio, Maurizio parli in favore per
due minuti.
E mentre quello parlava i moschettieri confabulavano fra loro:
" di cosa parla?
Ma com'era prima?
E adesso cosa cambia?
Non ho capito il senso. Votiamo si?
Si, si."
E adesso chi parla contro per due minuti?
"Io, io!" diceva Pietro.
"Io contesto, questo Congresso, antidemocratico, non è possibile.."
Si attenga al tema, Messere Pietro!
"Si, si, questo Congresso, antidemocratico, io lo contesto.."
Posi il microfono! Chi parla davvero contro il 116?
"Io, io!" diceva una Dama di rosso vestita.
" Anzitutto questo non è un microfono ma una microfona, sono stupita
che si parli di statuto e non di statuta, e le quote rosa dove le
mettiamo?"
Mi ridia la microfona! Signori, e Signore, qualcuno DEVE parlare
contro l'emendamento 116 di Maurizia! Chi lo fa?
"Io, io" diceva Francesco.
"Premetto che in realtà io sono a favore, però vorrei sottolineare
pesantemente la pesantezza di questo emendamento, che sento
appesantito."
Con mossa repentina Pietro strappa di mano la microfona a Francesco.
" Ora tocca a me a parlare, io contesto, questo Congresso,
illiberale, antidemocratico, non è possibile.."
Si taccia!
"No! Parlo! Ne devi mangiare di cannoli prima di dare ordini a me!"
Si metta a verbale: Messere Pietro deve tacere e...
D'un tratto il Principe Raffaele cambia colore e la sala
ammutolisce.
Presto! Si chiami un Cerusico!
"Io, io" diceva un omone dalla voce detonante.
"io sono un Dottore ma confesso che non ho capito niente, posso
provare con l'imposizione delle mani: aspiro le energie negative
come un aspirapolvere, ho guarito una pianta di noci!"
E mentre il Cerusico parlava, il povero Vassallo del Benaco si
teneva le orecchie: era seduto proprio davanti all'altoparlante,
umano.
Il poverino si chinava in avanti, quasi per evitare le onde sonore,
ma sopra di lui il Cerusico agitava con veemenza le mani aspiranti,
ed apriva la bocca di più per farsi sentire: pareva il Conte Ugolino
intento a sgranocchiare i crani altrui.
La situazione sfugge di mano, è quasi anarchia quando si impossessa
della parola il Cavaliere più voluminoso fra tutti, non so se si
chiamasse Orlando, ma di certo furioso lo era.
Le nari allargate come quelle di un toro, gli occhi venati di rosso,
si erge in tutta la sua imponenza e tuona:
" Io mi sono rotto l'augello, questa è la prima e l'ultima volta che
vengo ad un torneo, e non basta una settimana per fare un'armatura
della mia misura, e questo è un torneo dell'augello!"
Lentamente Orlando si piega sulle gambe e si siede in punta alla
sedia, le mani sulle ginocchia come un lottatore di sumo.
Ma il buon Principe riprende il controllo.

Facciamo ancora trenta emendamenti e poi andiamo a pranzo!
Confesso che queste parole hanno incrinato il proverbiale ottimismo
di noi moschettieri. Dopo dieci emendamenti già accusavo il calo di
zuccheri nel sangue ed il mio braccino, inizialmente teso come l'
arto di Messere Umberto, perdeva via via vigore ad ogni votazione.
Questo è l'ultimo, poi possiamo pranzare!
Si, ma la tanto decantata razionalità mi aveva abbandonato ore
prima: ormai lamentavo preoccupanti problemi d'erezione, del
braccio, e difficoltà di messa a fuoco, se non per vedere sorci
colorati.

Il tanto sospirato banchetto era allestito sotto le fresche frasche,
fortunatamente, ed una gradevole brezza ci allietava le ascelle
umide.
Sfruttando la brezza, i Cavalieri allargavano i calzoni, le Dame
scuotevano le gonne, per aerare i gioielli di famiglia.
Mentre mi abboffavo avidamente, con modi che non si addicono ad un
Moschettiere, la giovine pulzella mi importunava colle sue facezie:
"Mira, padre mio, quale destrezza possiedo, so gettare la palla nell
'aere e poscia la ripiglio tra le mani, e codesto gioco lo fò anche
tre volte di seguito!"
"Miro, miro, ma la destrezza non mi aggrada, mi fa sobbalzare anco
le mie per molto più di tre volte".

Riprendeva il lavoro agli emendamenti, che grazie a Dario proseguiva
per tutto il meriggio. Messere Dario si era portato la seggiola
vicino alla tavola rotonda, per essere più comodo.
Dopo i primi emendamenti, affrontati con iniziale lucidità, entravo
nel tunnel della digestione: lottavo invano contro quattro fette di
melone, la palpebra mi si fissava a mezz'occhio e mentre votavo il
braccio lo tenevo puntellato con l'altro. La testa mi si piegava
verso la spalla, e per fortuna le esalazioni ascellari avevano l'
effetto dei sali.
Ho il fondato sospetto di aver votato lo stesso emendamento sia a
favore, sia contro e sia anche astenuto, perché ricordo una breve
pennichella con il braccio puntellato.
Ho aperto gli occhi e mi sono accorto d'essere l'unico col braccio
alzato, sono fuori tempo? Mi sono voltato indietro e per fortuna
qualche astenuto stava ancora votando.
Vedendo gli sguardi di quelli dietro, però, ho capito che le olive
all'ascolana non sono poi così digeribili come credevo.

Messere Pietro si era rabbonito, ed anche Messere Orlando dormiva
quieto come un bimbo, ma con la postura da lottatore di sumo.
I soli elementi attivi erano Messere Francesco, la Dama rossa ed il
Cerusico:
Chi parla a favore? ancora Messere Dario!
Chi parla contro l'emendamento?
"Io, io, che in realtà sono pesantemente a favore, ma vorrei
ribadire il peso, specifico, che caldo pesante! Ci vorrebbe dell'
acqua, pesante."
"Non posso tollerare queste discriminazioni sessiste, LA pesa, LA
calda, e l'acqua va bene così. Perché Daria ha presentato solo
emendamenti maschili? E le emendamente? E adesso io mi scrivo la
mia statuta!"
"Se vuoi posso correggere Messere Dario, io sono Dottore, con queste
mani ho schiacciato molte noci! ".
E adesso la votazione finale della statuta!
Preoccupato per le mie noci mi ero distratto un poco, la votazione
finale?
Dove ho messo la tessera gialla?
Infilo la mano nel taschino e sguaino il bancomat, il Principe
Raffaele mi guarda accigliato.
No scusate, frugo nel taschino ed estraggo la tessera del
Dopolavoro, oops!
Ma qual'è? È quella umidiccia, scolorita dall'impronta delle dita,
eccola!
Appena in tempo! La Damigella mi conta con lo sguardo, mentre con l'
anulare si tocca la punta del naso.
Approvata! La Statuta è approvata!
Dopo un lungo travaglio, finalmente il parto!
Possiamo tornare a casa.

Cavalieri e Dame si ringraziano vicendevolmente, gli animi si
rasserenano, perfino Orlando non è più furioso.
Ma dove si è cacciata la giovine pulzella?
" Oh, padre mio, il gioco della palla mi è venuto a noia, e codesti
galantuomini mi hanno intrattenuto col gioco delle carte"
"Sciagurati! Mi traviate l'infanta, la conducete alla perdizione!
Vieni meco, andiamo alla carrozza!"

In carrozza quel marrano del bigliettaio non osa mostrarsi: seppur
reduci dalla battaglia, siamo pur sempre Moschettieri!
Messere Vittorio dissertava amabilmente con Messere Roberto sui
soliti argomenti: il tempo, le stagioni che non sono più come una
volta, le equazioni di secondo grado.
Messere Luciano rimaneva piacevolmente colpito da ciò:
"Caro amico, non ti conoscevo così abile, nel far di conto!"
Ed io, incline alle facezie, mi burlavo un poco di Messere Vittorio:
" Non ti stupire Messere Luciano, il nostro amico è anche abile
oratore di lingua straniera, egli si esprime fors'anche in
ungarico!"
Messere Vittorio non favella, ma fruga nella sua sacca et ivi scova
un manoscritto antico: La scienza dei numeri, scritto in ungarico!!!
Portentoso Vittorio! Solo i migliori son Moschettieri!

il tifoso bisestile

A volte provo un sottile piacere nel sentirmi parte di quella nutrita schiera di individui che, collettivamente, si chiamano “popolo”. Questo è il caso della torrida estate di quest’anno: l’italico medio che alberga in noi di solito giace latente, inconscio, in attesa d’essere ridestato da un segno, da una scintilla. Quella scintilla ha un nome, i “mondiali di calcio”.

Per tale occasione l’italiano medio si esprime in tutto il suo splendore, vestendo i panni del “tifoso bisestile”, una versione particolarmente becera e virulenta di Homo Gonadensis.

Personalmente non capisco un emerito tubo, di calcio, questo però non m’impedisce di proferire corbellerie, rigorosamente senza cognizione di causa, perché questa è l’usanza in tali circostanze: “Gattuso lo vedrei sulla fascia…” senza sapere cosa sia la fascia, ovviamente, oppure “ l’ho visto bene! Non c’era il fuorigioco!” commentando un surrogato di fotofinish, stile 100 metri piani.

I puri del calcio storcono il naso, giustamente, loro che comprano giornali rosa tutti i giorni.

Una volta ogni quattro anni, però, c’è per tutti la possibilità di partecipare al rito tribale, tutti possono esserci, in modo viscerale, istintivo.

All’interno di questo circo c’è un momento che più di altri aggrega, il preludio all’evento, l’attimo più elettrizzante: l’inno nazionale.

Ooohhh! L’Inno Nazionale!

Mi coglie sempre impreparato, poco prima del caffè: nel piatto le bucce di un melone, io ricurvo e scomposto, gomito sul tavolo e gamba accavallata.

Le prime note non le riconosco mai, però la TV passa immagini di calciatori impettiti, allora anch’io mi raddrizzo e mi siedo composto, un istante e poi

“Frate-elli d’Ita-alia l’Ita-alia s’è de-esta…”.

Questa parte serve a calibrare la voce ed a verificare che anche qualcun altro canti.

Se così è, allora si procede in sicurezza con

“dell’e-elmo di Sci-ipio s’è ci-inta la te-esta…”.

Cambio brusco, da marcetta ritmata a motivo melodico, tipo lagna russa,

“doov’è laa viittoria le poorga la chiuooma”.

Ricambio brusco in marcetta:

“che schia-ava di Ro-oma iddi-io-ollaccreò. Parapà, parapà, parapappapappapà…”.

Mentre la musica parapeggia io m’adombro un pochino, perché penso all’ultima strofa:

Iddio la creò? Chi creò cosa?

La canzoncina riprende con parole sconosciute ai più, ed io, rapito dal ritmo, mi aggrego alle moltitudini che fingono di conoscere le parole. La tecnica è la stessa che usavo mille anni fa in chiesa:

a) cantare sottovoce

b) labiale casuale

c) oscillare moderatamente la testa seguendo il ritmo

d) ostentare sicurezza

e) tenere d’occhio quelli che la sanno davvero

f) resistere fino al prossimo ritornello

Il ritornello, per sua stessa natura, ritorna e ci salva dall’apnea. Tutto il fiato risparmiato prima, viene speso nel ritornello, poi il motivetto si conclude con un “Sì” liberatorio.

L’arbitro fischia il calcio d’inizio ed i calciatori cominciano a trottare avanti e indietro. Forse perché incompetente, o forse perché il calcio non l’ho mai apprezzato, ma la mia attenzione non è per le evoluzioni degli atleti, il mio pensiero ritorna a quella strana strofa: qual è il soggetto? L’Italia? La vittoria? Roma?

Vero è che al tempo di Mameli il signor Darwin non aveva ancora formulato alcunché, però, questo non mi sembra un buon motivo per sostenere il creazionismo ad ogni piè sospinto.

Iddio la creò, dice il Goffredone nazionale, ma che razza di catechismo ha frequentato?

Probabilmente Mameli aveva una conoscenza più dettagliata della dottrina, rispetto alla mia!

Non importa, con un po’ di buona volontà ci posso arrivare anch’io, per logica, per deduzione.

Dunque, dopo essersi riposato il settimo giorno, grazie al sostegno dei Sindacati, l’ottavo giorno si è presentato regolarmente sul posto di lavoro per timbrare il turno di mattina, creata la settimana prima.

Suppongo sia stato in quel giorno che creò l’Italia, Roma esclusa. Di conseguenza il nono giorno creò la vittoria ed il decimo la città di Roma.

Quindi, da giovedì andò in Cassa integrazione, no, giovedì creò la Cassa integrazione e venerdì ci andò. Ecco, sì, sembra funzionare….. no! La Svizzera! Quando creò la Svizzera?

Allora, ricapitoliamo, niente Cassa perché c’è un grosso ordine di lavoro e bisogna farsi in tre, uno da solo deve produrre come se fossero in tre! Ma i sindacati dove sono, quando servono?

Bisogna assumere altro personale, a tempo determinato. Non ci sono altri creativi in Italia. Allora assumiamo immigrati. Non si può, l’estero non è stato ancora creato.

E va bene! Venerdì un giorno di ferie pagate, sabato e domenica riposo, ma lunedì prossimo bisogna creare la Svizzera! Un lavoretto preciso, mi raccomando.

Togo, il Camerun e la Lituania saranno consegnate per Maggio, la Palestina invece slitta all’anno prossimo.

Ecco, un po’ di sana razionalità ed i conti tornano, tutto si spiega: allora il buon Goffredo aveva ragione?

Non esattamente, il poverino aveva le idee poco chiare riguardo agli italiani: giocava a briscola con Mazzini e Garibaldi, e questi lo esaltavano “si va avanti fino alla morte!” gli dicevano, mescolando il mazzo.

L’ingenuo giovanotto, caricato d’amor patrio, poetava: “….Siam pronti alla morte l’Italia chiamò”. Siamo, scriveva, ma l’unico pronto era lui: diversamente dagli altri due, morì un paio d’anni dopo aver scritto l’inno.

E va bene, ha fatto un errore! Ha “dato fiducia” al Gatto ed alla Volpe, e allora? Parecchie persone commettono lo stesso errore, si fidano, ci credono.

Chissà se Mameli giocava a briscola con il prete del suo paese?

una sera di mezza estate

A Natale siamo (sarebbero) tutti più buoni, dicono loro.
Indiscutibilmente il Natale è l'apoteosi dei creduli, il periodo
dell'anno in cui si scatenano, loro.
Vabbè, allora, per la logica del contrario noi ci "prendiamo"
agosto.
Propongo lo slogan: AFFERR-AGOSTO.

Sempre per la logica del contrario, noi, afferragosto, siamo tutti
più fetenti, gli iridducibbili della curva sud. Non tutti gli aatei
sono uguali, ci sono quelli iuventini e quelli interisti, e tra loro
vi sono lievi divergenze d'opinione, rispetto allo scudetto, a
Materazzi, ai mondiali, a Moggi ed a qualcos'altro ancora.

L'amabile conversazione inizia con un garbato "Noi l'avremmo vinto,
se voi non l'aveste rubato!".
Nove secondi più tardi perdiamo la R di uaar, a sinistra s'odono
strilli indistinti di poiane, mentre a destra s'inneggia il
"Po-po-po-popoppò" con l'impeto di chi spegne le candeline sulla
torta.
Il cane si nasconde sotto il tavolo, il gatto drizza il pelo, la
brace nel forno si ravviva, per l'effetto mantice degli inni e per
la miscela di fiato-alcool. Poi, gli animi si quietano.

La povera Jo esce da sotto la tovaglia, la coda tra le zampe le
tocca la pancia, la pupilla dilatata indica un trauma psichico.
-Ma.ha qualcosa in bocca?
-Epilessia, no, è un osso.
-Le si è conficcato un osso in gola!
-Soffoca?
-Allora bisognerebbe intervenire prontamente!

Mentre ciascuno dice la sua, il tempo scorre.
-No, non è conficcato, forse vuole solo giocare..
-Si, ma non reagisce, ha lo sguardo perso nel vuoto!

Gli aatei amano la conversazione, anche nei momenti meno opportuni.
-Vorrei ispezionare l'apparato boccale della povera bestiola
sofferente, affinché io possa esprimere la mia opinione in merito.
-Ritengo superflua qualsiasi indagine, sgradevolmente antigienica,
ovviamente l'animale desidera solo l'attenzione!
-Io credo invece che il quadro clinico del cane non lasci spazio al
dubbio: l'aspetto asfittico indica chiaramente lo stato di
ipoventilazione.

Jo mi si avvicina, io le agguanto il muso con una mano ed infilo l'
altra nelle fauci, impugno saldamente l'osso e ruotandolo lo
estraggo. Non so dire se fosse conficcato, ma adesso non c'è più.

Afferragosto abbiamo fatto di tutto per distinguerci dai creduli:
tabacco ed alcool a volontà, viziosamente, incuranti del pessimo
esempio per i minori. Anzi, i minori li abbiamo intenzionalmente
traviati.
Io sono caduto nel tunnel del pasticcino, dosi sempre più massicce
fino a sfiorare il diabete, li ingoiavo intieri, senza muovere
mandibola. Oramai assuefatto agli zuccheri, il godimento era solo
psicologico, nel fare "marameo" alle spalle della consorte.

Emanuele aspirava violentemente la pipa, ma anche il sigaro e la
sigaretta, e qualsiasi materiale in combustione, forse anche la
brace del forno. Tratteneva il fumo nei polmoni sperando che ci
fossero ingredienti estatici, credo ne fosse convinto, a giudicare
dall'effetto placebo: dopo, scoppiava in una fragorosa risata.

Riccardo invece, consapevole del suo fascino latino, si atteggiava a
novello Che Guevara: con lo sguardo concentrato da intellettuale
debole d'udito, osservava interessato il suo sigaro dalla parte
accesa, come un sommelier scruta il calice di vino.

Riccardo ci intratteneva con i suoi aneddoti latino-americani:
"ballavo il tango argentino circondato da donne giovani, molto
giovani, una rosa fra i denti e due donne aggrappate alle caviglie,
le trascinavo come cenci, loro mi imploravano ma io dicevo no."
Carlotta lo guardava incantata, poi esclamava:"Ooh, che uomo!".
Anche Anna lo guardava, perplessa, poi diceva:"Eeh, che uomo."

Mentre le mie eredi si scolavano il rum, che si beve nei peggiori
bar di Caracas, il buon Emanuele aveva un guizzo di razionalità,
tastava i tranci di pizza sparpagliati nel raggio di due metri, per
misurare la loro temperatura: secondo un suo enunciato, che io
considero lucidamente logico, è insensato attendere che la pizza si
raffreddi, perché poi non la mangia più nessuno, quindi qualcuno si
deve assumere il gravoso compito di consumare le pizze tiepide.
Riccardo non lo sa, ma svariati tranci di pizza, agonizzanti nel suo
piatto, sono stati salvati in extremis dal lucido enunciatore.

Anche l'arrosto è stato prontamente salvato, grazie all'intervento
di un vicino del Luciano. Il potenziale associato stava per
abbandonarci, prima ancora di iscriversi: un conglomerato di arrosto
a presa rapida si era bloccato dietro al pomo d'Adamo, il poveretto
espirava ma non inspirava, tentava di spiegarsi ma nessuno capiva le
sue parole, solo un bicchiere di Fragolino ha rimosso il tappo d'
arrosto.
L'arguto giovanotto, dopo il bicchiere si spiegava molto meglio, e
sosteneva la differenza di vedute fra la sua e la nostra
generazione. Ho capito che aveva ragione quando ha spiegato il suo
lavoro: "Mi occupo di.collaboro con.mi interesso di.porto avanti un
progetto per conto di.tengo i contatti con.".
Ai miei tempi bastava dire: "Faccio il.".
Franca, della mia generazione , faceva l'indovina: "Mi sa che vuole
piovere."
Detto fatto, piovo.
Cosa fa un ferroviere a ferragosto?
Festeggia.
E se piove?
La ruggine.

a modo nostro

Oggi è il giorno della pasqua cattolica. Come ateo la cosa non mi tange minimamente, ma le mie pargolette piagnucolano: * babbo, tu compri soltanto profumi per te *. Con le toppe alle ginocchia ed il musetto sporco, le poverine guardano gli altri bimbi che si abboffano di uova e colombe. E cosa dire della mia povera consorte; di nascosto aveva comprato l’agnello, ma io l’ho smascherata, l’agnello l’ho buttato ai cani del vicino, poi le ho ordinato: * pentiti, donna, stasera per cena rape bollite! *.

A parte gli scherzi, si pone per noi aatei un problema di ordine pratico; ogni festività religiosa non sappiamo bene quale atteggiamento tenere, da un lato non vorremmo farci coinvolgere nei rituali popolar-religiosi, dall’altro non vorremmo apparire degli * integralisti * aatei.

I recenti sondaggi di Raffaele Carcano indicano proprio quanto sopra scritto.

Giustamente qualcuno affermava che non basta essere contro, ma bisogna proporre, in positivo.

Essere a-tei, a-natalizi, a-pasquali è solo il primo passo, il più facile, però dopo tutte quelle A resta un vuoto. Non si tratta di fondare una nuova setta, ma piuttosto di offrire l’alternativa ai riti cristiani.

Non offrire nulla ai nostri soci, significa implicitamente acconsentire alle soluzioni * fai da te *, nelle quali ciascuno si destreggia come può.

Parliamoci chiaro, oltre all’uaar, ognuno di noi ha parenti ed amici, prevalentemente cattolici, che ci assillano con auguri di buona pasqua, regali, uova, inviti eccetera, e che ci coinvolgono nel turbine dei festeggiamenti.

Chi di noi è così duro e puro, con la determinazione di chiudere la porta in faccia a costoro? Oppure, in nome di quale alto ideale dovremmo isolarci da loro?

Probabilmente la soluzione fai da te che molti di noi adottano è quella di cedere ai festeggiamenti, senza farlo sapere all’uaar, beninteso, così l’onore è salvo.

L’associazione, dal canto suo, rallenta le attività, per cause di forza maggiore, un’apnea di comunicazioni, quasi a consentire a che si compia il misfatto.

Purtroppo io non ho idee buone in testa, ma credo si debba studiare qualcosa che occupi lo stesso spazio temporale della funzione religiosa, in modo che al termine della funzione, e del qualcosa di nostro, ciascuno si ricongiunga con i propri parenti-amici per l’abbuffata tradizionale, ognuno con il proprio pretesto per festeggiare.

Se io auguro buona pasqua a mio cugino, quello deve poter dire buon * qualcosa che non sia pasqua* a me.

Come ho detto deve trattarsi di un pretesto, ma non troppo pretesto: se l’evento fosse il primo dentino messo da Darwin, per i cattolici non sarebbe un evento rispettabile.

Penso a un evento consistente, la festa dell’Ateo per esempio.

Corri

Corri, Corri!

Mancano pochi giorni, mi hanno detto. E allora, raccolti gli appunti alla rinfusa, due mele, un coltello, sono partito come Pinocchio alla volta della scuola.

Con la mia vetturetta azzurra mi sono diretto a sud, seguendo le rotte di migrazione delle anatre, e cammin facendo mi sono imbattuto in un agglomerato urbano.

Quanti veicoli! E com’erano lenti! Così lenti da stimolare in me pensieri ingiuriosi poco laici.

Esaurito il repertorio d’imprecazioni, ho dovuto cambiare mezzo di trasporto; alla prima stazione che ho trovato sono salito sul primo treno, sul primo binario.

Dove va? Chiedevo trafelato.

A sud.

Oh, meno male, appena in tempo!

Mentre assumevo la postura del gorilla (per favorire l’evaporazione), partiva il treno sul terzo binario, ma oramai non disponevo più d’altre imprecazioni valide, e pertanto non mi restava altro da fare che assumere l’espressione del gorilla ebete, un po’ gonade.

Che fare? Nell’attesa mi mangio le mele.

Sotto lo sguardo allibito della vicina di posto, grufolavo e trangugiavo, incurante delle più elementari regole del Bonton.

Finalmente il vagone si muove, un alito di vento entra dal finestrino.

Ossigeno!

Metto la testa fuori come fanno i cani sulle auto: confesso che mi è venuta la tentazione di leccarmi i baffi, come fanno loro.

Tenendo la bocca aperta, l’aria mi gonfiava le guance, e più veloce andava il treno più mi sbatacchiavano.

Stavo cominciando a prenderci gusto quando il treno, appena lanciato, già rallentava.

Un Locale!

Uffa, che noia!

Rientrando la testa dal finestrino, sapevo di incrociare lo sguardo truce della mia vicina di posto.

Ah si?

Prendo il coltello, ed invece di usarlo su di lei lo metto tra i denti: postura (di nuovo) da gorilla, però stavolta con la faccia da Sandokan.

Lei, snob, finge di fissare un punto nel vuoto.

Per ingannare il tempo do un’occhiata agli appunti, 152…si, 153…boh, 154…ce l’ho, 155…non ce l’ho ma so chi ce l’ha, 156…. come mi sto divertendo.

Poi c’è il 179…crisi esistenziale, 180…a quel punto il treno scompare in un buco del terreno.

Dove sono? Devo scendere? Scendo.

Il treno riparte, non dovevo scendere.

Questa è una metropoli, ma in questa grotta c’è silenzio e deserto. Salgo le scale che scendono, scendo le scale che salgono.

Sinistra? No. Destra? No. Allora indietro? Si.

Ritorno al marciapiede e guardo le linee colorate alla parete. Boh! Sento l’aria, arriva un altro treno quasi uguale, si ferma, apre le porte.

Va a sud? Si.

Allora va bene.

Alcuni treni dopo, alcune grotte dopo, finalmente trovo un’apertura per uscire dal terreno.

Il sole è tramontato, però c’è ancora la sua luce.

Dunque, mi metto di spalle e faccio 310 passi verso nord, poi 265 a nord-ovest, ecco, questa è la strada buona.

Numero 180, 178, 176, che città grande, avanti, ancora, 148, ecco, drin.

Chi è? Sono io.

Sali, sali, entra, entra, ciao, ciao, scusa il disordine (che non c’è).

Sono il primo? No, no.

Ah, ma voi siete già qui? Siamo arrivati da cinque minuti, perché il treno prima era in ritardo, il treno dopo era in ritardo, il nostro era in ritardo, per colpa della Chiesa.

Che razza di ferroviere sei?

Si, si, sai, la linea.

Vittorio, sei incredibile, ma non incredente! Diceva Gianluca.

Bello, qui, non si sente neppure il rumore della strada!

Ragazzi (?) non fate complimenti, le tartine sono per voi.

Gegia m’incoraggiava, ma non sapeva che ero già coraggioso di mio: umphf, umphf…gvvaffie!

Vino bianco? Annuivo con un cenno del capo, perché dall’esofago non passava più nulla.

Gianluca sbottava:

Io questo no lo sopporto più, è un ateo credente! Ogni tre minuti ha in bocca un’ostia!

Diceva di Vittorio.

Drin, arriva Luciano. Ma che treno hai preso? Quello più in ritardo di tutti.

Ragazzi, non fate complimenti, le ciliegie, le olive…

Già fatto; a mano aperta immersa fra le ciliegie e pari pari alla bocca spalancata, ruminavo tutto, anche i piccioli.

Drin, arrivano Dario e Giulio e gli altri.

Ragazzi, non fate complimenti, la torta!

Gegia aveva capito che io non sono uno che fa complimenti: avevo briciole uniformemente distribuite sulla camicia, sui pantaloni e sulle scarpe.

Ci siamo tutti? Cominciamo. Giulio leggeva il 152 e tutti ascoltavano in religioso silenzio, troppo religioso. Stavo già scivolando nella fase REM quando Giulio diceva Amen.

Come vi sembra? Bello! Migliore.

E adesso il salmo 153. Evviva, pensavo, mentre con lo stecchino per le olive mi infilzavo la coscia per tenermi sveglio.

E Gegia:

Ma Dario, non è meglio riassumere un po’?

Santa donna, che intercedi per noi! Pensavo.

Mentre Dario riassumeva, io facevo crocette sul foglio: acqua…acqua…colpito!

Ad un certo punto Luciano guardava l’orologio:

Noi avremmo un treno che parte in orario, ciao ciao.

Poco dopo me ne andavo anch’io, scendevo le scale e fuori dal portone mi imbattevo con una signorina molto avvenente, aveva gli stivali come quelli di un pescatore, però con i tacchi.

Ormai la strada la conoscevo, e facendo dietro-front e ritornavo sui miei passi, dentro e fuori dalle grotte, su e giù per le scale, treni, torpedone e vetturetta.

Quando chiudo la porta di casa è più mattina che sera.

Ma non potevano venire loro da noi?

venerdì, ottobre 06, 2006

Coming soon ! Bard's Tales

In arrivo, molto presto, la serie di racconti del bardo del gruppo.

Una raccolta di tutti i suoi racconti fatti di smarrimenti, perdita d'orientamento e del senso delle cose.
Un'allegoria sullo smarrimento propria di un circolo di atei. Storie vere che riprendono tutti i luoghi conosciuti delle favole:
- l'ascesa verso una vetta
- lo smarrimento della strada
- la perdita del gruppo
- lo smadonnamento conseguente a tutto ciò (senza possibilità di invocazione della grazia !)

Come in Hansel e Gretel ci sono streghe cattive, talvolta si tratta di comunisti mangia-bambini, talvolta no. Le streghe sono dentro di noi, sempre ...

Coming soon to your blog