sabato, ottobre 07, 2006

Corri

Corri, Corri!

Mancano pochi giorni, mi hanno detto. E allora, raccolti gli appunti alla rinfusa, due mele, un coltello, sono partito come Pinocchio alla volta della scuola.

Con la mia vetturetta azzurra mi sono diretto a sud, seguendo le rotte di migrazione delle anatre, e cammin facendo mi sono imbattuto in un agglomerato urbano.

Quanti veicoli! E com’erano lenti! Così lenti da stimolare in me pensieri ingiuriosi poco laici.

Esaurito il repertorio d’imprecazioni, ho dovuto cambiare mezzo di trasporto; alla prima stazione che ho trovato sono salito sul primo treno, sul primo binario.

Dove va? Chiedevo trafelato.

A sud.

Oh, meno male, appena in tempo!

Mentre assumevo la postura del gorilla (per favorire l’evaporazione), partiva il treno sul terzo binario, ma oramai non disponevo più d’altre imprecazioni valide, e pertanto non mi restava altro da fare che assumere l’espressione del gorilla ebete, un po’ gonade.

Che fare? Nell’attesa mi mangio le mele.

Sotto lo sguardo allibito della vicina di posto, grufolavo e trangugiavo, incurante delle più elementari regole del Bonton.

Finalmente il vagone si muove, un alito di vento entra dal finestrino.

Ossigeno!

Metto la testa fuori come fanno i cani sulle auto: confesso che mi è venuta la tentazione di leccarmi i baffi, come fanno loro.

Tenendo la bocca aperta, l’aria mi gonfiava le guance, e più veloce andava il treno più mi sbatacchiavano.

Stavo cominciando a prenderci gusto quando il treno, appena lanciato, già rallentava.

Un Locale!

Uffa, che noia!

Rientrando la testa dal finestrino, sapevo di incrociare lo sguardo truce della mia vicina di posto.

Ah si?

Prendo il coltello, ed invece di usarlo su di lei lo metto tra i denti: postura (di nuovo) da gorilla, però stavolta con la faccia da Sandokan.

Lei, snob, finge di fissare un punto nel vuoto.

Per ingannare il tempo do un’occhiata agli appunti, 152…si, 153…boh, 154…ce l’ho, 155…non ce l’ho ma so chi ce l’ha, 156…. come mi sto divertendo.

Poi c’è il 179…crisi esistenziale, 180…a quel punto il treno scompare in un buco del terreno.

Dove sono? Devo scendere? Scendo.

Il treno riparte, non dovevo scendere.

Questa è una metropoli, ma in questa grotta c’è silenzio e deserto. Salgo le scale che scendono, scendo le scale che salgono.

Sinistra? No. Destra? No. Allora indietro? Si.

Ritorno al marciapiede e guardo le linee colorate alla parete. Boh! Sento l’aria, arriva un altro treno quasi uguale, si ferma, apre le porte.

Va a sud? Si.

Allora va bene.

Alcuni treni dopo, alcune grotte dopo, finalmente trovo un’apertura per uscire dal terreno.

Il sole è tramontato, però c’è ancora la sua luce.

Dunque, mi metto di spalle e faccio 310 passi verso nord, poi 265 a nord-ovest, ecco, questa è la strada buona.

Numero 180, 178, 176, che città grande, avanti, ancora, 148, ecco, drin.

Chi è? Sono io.

Sali, sali, entra, entra, ciao, ciao, scusa il disordine (che non c’è).

Sono il primo? No, no.

Ah, ma voi siete già qui? Siamo arrivati da cinque minuti, perché il treno prima era in ritardo, il treno dopo era in ritardo, il nostro era in ritardo, per colpa della Chiesa.

Che razza di ferroviere sei?

Si, si, sai, la linea.

Vittorio, sei incredibile, ma non incredente! Diceva Gianluca.

Bello, qui, non si sente neppure il rumore della strada!

Ragazzi (?) non fate complimenti, le tartine sono per voi.

Gegia m’incoraggiava, ma non sapeva che ero già coraggioso di mio: umphf, umphf…gvvaffie!

Vino bianco? Annuivo con un cenno del capo, perché dall’esofago non passava più nulla.

Gianluca sbottava:

Io questo no lo sopporto più, è un ateo credente! Ogni tre minuti ha in bocca un’ostia!

Diceva di Vittorio.

Drin, arriva Luciano. Ma che treno hai preso? Quello più in ritardo di tutti.

Ragazzi, non fate complimenti, le ciliegie, le olive…

Già fatto; a mano aperta immersa fra le ciliegie e pari pari alla bocca spalancata, ruminavo tutto, anche i piccioli.

Drin, arrivano Dario e Giulio e gli altri.

Ragazzi, non fate complimenti, la torta!

Gegia aveva capito che io non sono uno che fa complimenti: avevo briciole uniformemente distribuite sulla camicia, sui pantaloni e sulle scarpe.

Ci siamo tutti? Cominciamo. Giulio leggeva il 152 e tutti ascoltavano in religioso silenzio, troppo religioso. Stavo già scivolando nella fase REM quando Giulio diceva Amen.

Come vi sembra? Bello! Migliore.

E adesso il salmo 153. Evviva, pensavo, mentre con lo stecchino per le olive mi infilzavo la coscia per tenermi sveglio.

E Gegia:

Ma Dario, non è meglio riassumere un po’?

Santa donna, che intercedi per noi! Pensavo.

Mentre Dario riassumeva, io facevo crocette sul foglio: acqua…acqua…colpito!

Ad un certo punto Luciano guardava l’orologio:

Noi avremmo un treno che parte in orario, ciao ciao.

Poco dopo me ne andavo anch’io, scendevo le scale e fuori dal portone mi imbattevo con una signorina molto avvenente, aveva gli stivali come quelli di un pescatore, però con i tacchi.

Ormai la strada la conoscevo, e facendo dietro-front e ritornavo sui miei passi, dentro e fuori dalle grotte, su e giù per le scale, treni, torpedone e vetturetta.

Quando chiudo la porta di casa è più mattina che sera.

Ma non potevano venire loro da noi?

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