sabato, ottobre 07, 2006

il tifoso bisestile

A volte provo un sottile piacere nel sentirmi parte di quella nutrita schiera di individui che, collettivamente, si chiamano “popolo”. Questo è il caso della torrida estate di quest’anno: l’italico medio che alberga in noi di solito giace latente, inconscio, in attesa d’essere ridestato da un segno, da una scintilla. Quella scintilla ha un nome, i “mondiali di calcio”.

Per tale occasione l’italiano medio si esprime in tutto il suo splendore, vestendo i panni del “tifoso bisestile”, una versione particolarmente becera e virulenta di Homo Gonadensis.

Personalmente non capisco un emerito tubo, di calcio, questo però non m’impedisce di proferire corbellerie, rigorosamente senza cognizione di causa, perché questa è l’usanza in tali circostanze: “Gattuso lo vedrei sulla fascia…” senza sapere cosa sia la fascia, ovviamente, oppure “ l’ho visto bene! Non c’era il fuorigioco!” commentando un surrogato di fotofinish, stile 100 metri piani.

I puri del calcio storcono il naso, giustamente, loro che comprano giornali rosa tutti i giorni.

Una volta ogni quattro anni, però, c’è per tutti la possibilità di partecipare al rito tribale, tutti possono esserci, in modo viscerale, istintivo.

All’interno di questo circo c’è un momento che più di altri aggrega, il preludio all’evento, l’attimo più elettrizzante: l’inno nazionale.

Ooohhh! L’Inno Nazionale!

Mi coglie sempre impreparato, poco prima del caffè: nel piatto le bucce di un melone, io ricurvo e scomposto, gomito sul tavolo e gamba accavallata.

Le prime note non le riconosco mai, però la TV passa immagini di calciatori impettiti, allora anch’io mi raddrizzo e mi siedo composto, un istante e poi

“Frate-elli d’Ita-alia l’Ita-alia s’è de-esta…”.

Questa parte serve a calibrare la voce ed a verificare che anche qualcun altro canti.

Se così è, allora si procede in sicurezza con

“dell’e-elmo di Sci-ipio s’è ci-inta la te-esta…”.

Cambio brusco, da marcetta ritmata a motivo melodico, tipo lagna russa,

“doov’è laa viittoria le poorga la chiuooma”.

Ricambio brusco in marcetta:

“che schia-ava di Ro-oma iddi-io-ollaccreò. Parapà, parapà, parapappapappapà…”.

Mentre la musica parapeggia io m’adombro un pochino, perché penso all’ultima strofa:

Iddio la creò? Chi creò cosa?

La canzoncina riprende con parole sconosciute ai più, ed io, rapito dal ritmo, mi aggrego alle moltitudini che fingono di conoscere le parole. La tecnica è la stessa che usavo mille anni fa in chiesa:

a) cantare sottovoce

b) labiale casuale

c) oscillare moderatamente la testa seguendo il ritmo

d) ostentare sicurezza

e) tenere d’occhio quelli che la sanno davvero

f) resistere fino al prossimo ritornello

Il ritornello, per sua stessa natura, ritorna e ci salva dall’apnea. Tutto il fiato risparmiato prima, viene speso nel ritornello, poi il motivetto si conclude con un “Sì” liberatorio.

L’arbitro fischia il calcio d’inizio ed i calciatori cominciano a trottare avanti e indietro. Forse perché incompetente, o forse perché il calcio non l’ho mai apprezzato, ma la mia attenzione non è per le evoluzioni degli atleti, il mio pensiero ritorna a quella strana strofa: qual è il soggetto? L’Italia? La vittoria? Roma?

Vero è che al tempo di Mameli il signor Darwin non aveva ancora formulato alcunché, però, questo non mi sembra un buon motivo per sostenere il creazionismo ad ogni piè sospinto.

Iddio la creò, dice il Goffredone nazionale, ma che razza di catechismo ha frequentato?

Probabilmente Mameli aveva una conoscenza più dettagliata della dottrina, rispetto alla mia!

Non importa, con un po’ di buona volontà ci posso arrivare anch’io, per logica, per deduzione.

Dunque, dopo essersi riposato il settimo giorno, grazie al sostegno dei Sindacati, l’ottavo giorno si è presentato regolarmente sul posto di lavoro per timbrare il turno di mattina, creata la settimana prima.

Suppongo sia stato in quel giorno che creò l’Italia, Roma esclusa. Di conseguenza il nono giorno creò la vittoria ed il decimo la città di Roma.

Quindi, da giovedì andò in Cassa integrazione, no, giovedì creò la Cassa integrazione e venerdì ci andò. Ecco, sì, sembra funzionare….. no! La Svizzera! Quando creò la Svizzera?

Allora, ricapitoliamo, niente Cassa perché c’è un grosso ordine di lavoro e bisogna farsi in tre, uno da solo deve produrre come se fossero in tre! Ma i sindacati dove sono, quando servono?

Bisogna assumere altro personale, a tempo determinato. Non ci sono altri creativi in Italia. Allora assumiamo immigrati. Non si può, l’estero non è stato ancora creato.

E va bene! Venerdì un giorno di ferie pagate, sabato e domenica riposo, ma lunedì prossimo bisogna creare la Svizzera! Un lavoretto preciso, mi raccomando.

Togo, il Camerun e la Lituania saranno consegnate per Maggio, la Palestina invece slitta all’anno prossimo.

Ecco, un po’ di sana razionalità ed i conti tornano, tutto si spiega: allora il buon Goffredo aveva ragione?

Non esattamente, il poverino aveva le idee poco chiare riguardo agli italiani: giocava a briscola con Mazzini e Garibaldi, e questi lo esaltavano “si va avanti fino alla morte!” gli dicevano, mescolando il mazzo.

L’ingenuo giovanotto, caricato d’amor patrio, poetava: “….Siam pronti alla morte l’Italia chiamò”. Siamo, scriveva, ma l’unico pronto era lui: diversamente dagli altri due, morì un paio d’anni dopo aver scritto l’inno.

E va bene, ha fatto un errore! Ha “dato fiducia” al Gatto ed alla Volpe, e allora? Parecchie persone commettono lo stesso errore, si fidano, ci credono.

Chissà se Mameli giocava a briscola con il prete del suo paese?

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